Eurispes - La Calabria tra le regioni con il maggior tasso di povertà educativa

L’Eurispes, nel rapporto sulla scuola e l’università, denuncia un quadro avvilente sullo stato di salute formazione scolastica. «Nell’88,9% dei casi – scrive l’Eurispes – gli insegnanti lamentano carenze “molto” e “abbastanza” importanti nella preparazione generale degli studenti in ortografia e sintassi, il 90% lamenta carenze nella capacità di scrittura, l’86,9% carenze nello sviluppo logico dei temi, mentre la proprietà e la varietà del linguaggio sono carenti secondo il 93,4% dei docenti interpellati».
Questi dati interessano molto da vicino la Calabria che risulta tra quelle con il maggior tasso di povertà educativa.
La Calabria secondo l’Eurispes ha una quota elevata di adulti con basso livello di istruzione e si piazza al secondo posto in classifica, preceduta solo dalla Regione Sicilia.
In oltre solo il 23,5% delle persone in Calabria possiedono una laurea.
Uno dei motivi che vede la Calabria al penultimo posto della classifica Eurispese è anche l’alto tasso di dispersione scolastica e il basso livello di apprendimento, con più del 40% di studenti calabresi degli istituti superiori che non raggiunge la fascia di adeguatezza in Italiano.
Percentuali che indicano una vera e propria emergenza e che preoccupano non poco Mario Caligiuri, direttore dell’Osservatorio sulle Politiche Educative dell’Eurispes. Caligiuri, docente di Pedagogia della comunicazione all’UNICAL è stato intervistato dal Corriere della Calabria.

Riportiamo di seguito il testo integrale dell’intervista di Roberto De Santo.

Professore, la Calabria continua a risultare tra le regioni con maggiori indici di povertà educativa. Cosa comporta?
«Innanzitutto occorre definire bene in cosa consiste la povertà educativa. Si tratta cioè della mancanza di occasioni di formazione per le giovani generazioni. È un problema certamente nazionale ma che trova nelle regioni regionali e in Calabria, in particolare, indici molto alti. Ed è un dato decisamente preoccupante perché in base al livello di diffusione della povertà educativa si può stabilire, ad esempio, chi tra 10 o 15 anni con molta probabilità potrebbe delinquere. Secondo una ricerca effettuata nella periferia di Napoli, è emerso che i figli di genitori con un basso tasso di scolarizzazione e che hanno continuità con la camorra, che hanno dei familiari arrestati, hanno una possibilità di delinquere enormemente più alta rispetto a quella dei loro coetanei che vivono nella stessa città. Questo indica la dimensione di quanto sia importante assicurare un alto livello di formazione».

Quell’indice così alto in Calabria è frutto del disagio economico o c’è dell’altro?
«È causato da un insieme di fattori. Sicuramente incide il fattore storico, non c’è dubbio. Così come incide il fattore economico, il tasso alto di criminalità diffuso, la debolezza delle istituzioni democratiche. Ma incide anche il livello di irresponsabilità che dimostra la classe docente. Dunque non è un fattore unico a creare questa situazione, ma una serie di elementi che concorrono tutti insieme. Ad esempio quando parliamo della responsabilità del corpo docente non possiamo generalizzare: ci sono docenti straordinari, ma ci sono anche professori che non stanno attenti nella valutazione dei propri studenti. Un assunto che si percepisce osservando alcuni dati: la Calabria è relegata agli ultimi posti per i bassi livelli di competenze acquisite dai suoi studenti, ma poi magicamente è la regione che detiene record sul numero di diplomi di maturità ottenuti con il massimo dei voti. Questa è una evidente prova di irresponsabilità della classe docente. Ed è una cosa imbarazzante. Non si può attribuire ovviamente tutta la responsabilità alla classe docente, sarebbe ingiusto, ma certamente la classe docente ha concorso a questa anomalia».

E c’è anche un tasso alto di dispersione scolastica. Ritiene che ci sia una scarsa fiducia dei giovani calabresi verso la scuola?
«Non proprio. Il dato lo attribuirei a condizioni culturali, sociali ed economiche in cui vivono
i ragazzi, piuttosto che ad una sensazione di diffidenza nei confronti dell’istituzione
scolastica. Questo perché nutrire sfiducia significa avere già un tasso di consapevolezza e
un alto tasso culturale che non penso si rinvenga in coloro i quali abbandonano gli studi».
Dal vostro osservatorio, quali sono le principali difficoltà delle scuole calabresi che
si trovano ad affrontare per garantire delle condizioni ottimali di formazione?
«Guardi, già nel 1966 il sociologo americano James Coleman redisse un rapporto alle
Autorità statunitensi sulla situazione educativa nelle scuole delle periferie delle grandi città.
In quel rapporto il sociologo evidenziò che mettere in piedi interventi per migliorare la
qualità delle strutture scolastiche, dei programmi educativi o delle dotazioni tecnologiche
serviva a poco se non si interveniva contemporaneamente sulle condizioni sociali,
culturali, abitative ed economiche di partenza degli studenti. Credo che questa deduzione
si possa applicare perfettamente alla nostra regione. In più Coleman evidenziava che un
solo elemento poteva fare la differenza: la qualità dei docenti. Diciamo che come è di tutta
evidenza in linea generale in Calabria questa dote non si rinviene».
Secondo lei il processo di accorpamento e di razionalizzazione delle scuole, in
qualche modo sta anche questo incidendo sulla qualità della formazione degli
studenti?
«Certamente, perché non è che i problemi del contenimento della spesa educativa si
possono risolvere con le politiche di accorpamento, risparmiando cioè con il taglio di un
singolo preside o di un direttore amministrativo. Bisogna risparmiare sul numero
esorbitante di docenti che vengono inseriti all’interno delle scuole elementari e dei docenti
che si continuano ad assumere nelle scuole e nelle università a fronte di un decremento
demografico che renderà le aule vuote. Se si continua ad assume docenti con le regole
attuali, tra 10-15-20 anni a chi insegneranno? Quindi sono delle assunzioni che
comportano un evidente danno all’erario, se non si interviene sulle cause dello
spopolamento e della denatalità».
Ma così c’è un rischio di compressione del diritto allo studio in Calabria, soprattutto
nelle aree interne?
«Quel concetto vale soprattutto nelle aree interne. Anche qui occorre pensare alla qualità
dell’istruzione e non al dato numerico. Il diritto allo studio viene garantito non dal numero
di docenti presenti ma dalla loro preparazione. E la qualità dei docenti è legata alla
formazione che questi posseggono, dai metodi di selezione che sono stati adottati per
sceglierli e dalle attività di verifiche che vengono svolte. Quindi è chiaro che l’attuale
sistema scolastico, non solo in Calabria, ma a livello nazionale presenta grosse criticità».
È anche la regione che registra uno dei più alti tassi di adulti con basso livello di
istruzione. Eppure il mercato del lavoro richiede sempre maggiore preparazione per

competere. Potrebbe anche essere questa una delle cause delle difficoltà delle
imprese calabresi a rintracciare profili da assumere?
«Questi sono dati ovvi. Quando hai un basso livello di istruzione finisce per incidere
sull’economia, sulla democrazia ma anche sulla capacità della criminalità di infiltrarsi sul
tessuto sociale. E questo non riguarda solo la Calabria, ma l’intero Paese».
Esiste una specificità calabrese sotto questo aspetto tutto?
«Sì, perché gli indicatori calabresi educativi sono spesso tra i peggiori d’Italia. Quindi
questo è un dato oggettivo confermato da tutte le classifiche. Ma il tema del livello basso
di formazione scolastico degli studenti non è esclusivo della Calabria, qui si toccano in
alcuni casi, non in tutti, le punte più alte, ma è un problema generale».

Che cosa si può fare per consentire alla Calabria di raggiungere lo standard della
media italiana?
«Nel mio ultimo libro “La responsabilità disattesa. L’Università della Calabria e la
pedagogia: politiche educative e sottosviluppo nell’Occidente” e che attiene questi aspetti,
avanzo la proposta di un patto educativo per la Calabria. Un patto che coinvolga tutte le
istituzioni pubbliche, i settori privati, il mondo scolastico ed universitario e che ponga al
centro di ogni strategia politica complessiva e regionale, l’educazione. Questa è l’idea che
propongo. Certo che ovviamente ci vuole un’iniziativa politica in questa direzione».
Ma è questione di risorse o è questione di volontà politica?
«Io ritengo che la questione attenga più alla sfera politica. Le risorse sono importanti ed in
alcuni casi fondamentali, ma da sole non consentono di far raggiungere i risultati. Ci sono
degli studi che dimostrano in maniera evidente che, per quanto riguarda l’innovazione
sociale, non si può basare solo sulle risorse economiche, ma concorrono altre
componenti. E questi aspetti sono costituiti non solo dalle scelte politiche che sono
fondamentali, ma anche dalla qualità del capitale umano che opera all’interno dei territori.
In questo caso stiamo parlando di docenti, ma non solo di questi».
Lei punta molto l’indice sulla questione della qualità del corpo docente
«Certo, questo perché tra le componenti essenziali che concorrono a realizzare una
“buona” scuola o una buona università ci sono i docenti. Questo perché la scuola la fanno i
docenti così come l’Università, non in maniera esclusiva, ma certamente in maniera
prevalente».
Lei parla chiaramente di un investimento nel futuro, ma cosa si può fare per
migliorare la situazione attuale?
«Occorre lavorare in prospettiva. Partendo dagli elementi di oggi, è fondamentale cercare
di migliorare la qualità del corpo docente. E quindi è necessario intervenire dalle scuole
primarie e poi, via via, fino a coinvolgere il corpo docente universitario. L’università, infatti,
ha grosse responsabilità. Occorre cioè formare al meglio i docenti del futuro fin dall’inizio
della loro formazione. Se si arriva all’università con grosse lacune ad esempio in italiano,
difficilmente quelle lacune potranno poi essere colmate. Per questo c’è la necessità di
lavorare fin dai primissimi anni di scuola. Non sono passaggi semplici che si possono
compiere nel breve periodo, ma sono decisivi. Soprattutto alla luce della metamorfosi che
sta subendo l’intera società e che coinvolge conseguentemente il mondo della formazione.

L’avvento dell’intelligenza artificiale, infatti, poterà ad uno stravolgimento delle professioni.
Molte attività finora svolte dall’uomo scompariranno, quelle che rimarranno dovranno
essere fortemente modificate e una piccolissima quota di nuovi lavori sarà svolta da
personale iperspecializzato. Per questo occorrerà cambiare rapidamente il sistema della
formazione. Questa rivoluzione ovviamente non interesserà solo la Calabria. Ma la nostra
regione non potrà rimanere indietro e dovrà adeguarsi ai nuovi paradigmi che la
rivoluzione ipertecnologica imporrà all’intera società».

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